Lo spazio espositivo
come cellula batterica

di Demetra Rossi

“Per darne un’ubicazione spaziale provavo a figurarmi la piantina di porta Garibaldi. La facevo emergere, tridimensionale reticolo di linee in bianco, da uno spazio nero. Avevo la possibilità di ruotarla nella mia mente e così andavo esplorandola, sperando di incappare nella vetrina, l’affaccio. Mentre compivo queste trasformazioni su assi cartesiani fantasma, improduttive data la sostanziale inaccuratezza dei miei ricordi del luogo, una cosa in particolare mi si imponeva all’attenzione: certo, che la stazione emerge dal nero, certo! È tutto buio, siamo pur sempre sotto terra!”

Ogni genere di forme di vita trova dimora nel suolo; piccola e annidata nella grande stazione sotterranea, la vetrina di co_atto mi suggeriva un’analogia in cui dopo il “come” veniva per forza la forma tondeggiante e unitaria di una cellula. Anche se su scale di grandezza molto diverse una cellula e uno spazio espositivo hanno pressoché la stessa struttura, e in biologia spesso la somiglianza nella forma corrisponde a una somiglianza anche nella funzione. Le prime cellule non erano nulla di più complicato di una membrana, che racchiudeva DNA al suo interno. Come il DNA viene ad esistere è ipotizzato da Richard Dawkins nei primi passi de “il gene egoista”; molecole capaci di creare da sole nuove copie di loro stesse sarebbero emerse spontaneamente nel ricchissimo brodo primordiale. Spontaneamente qui sta a significare “sospinte dall’agitazione termica per un lasso di tempo così grande da rendere inevitabile la loro associazione in una forma capace di autoreplicarsi”. Per quanto raro può sembrare, anche le probabilità più piccole si realizzano avendo a disposizione un numero sterminato di tentativi, e in questo caso è sufficiente che una molecola di questo tipo si formi anche una sola volta; la sua diffusione avverrà da sé.

Durante il processo di replicazione è inevitabile commettere degli errori, la sequenza autoreplicante andava così incorporando delle variazioni da una generazione all’altra, alcune molecole figlie non risultavano più uguali a quelle che le avevano prodotte, in questo modo varie versioni di replicanti si accumulavano negli oceani primordiali. Queste differenze ne rendevano alcuni più veloci di altri, alcuni erano più accurati, altri per loro natura chimica potevano interferire con il processo di replicazione di molecole vicine. Se qualcuno di questi protoDNA riusciva a difendersi, ad esempio circondandosi di altre molecole, aveva la possibilità di diffondersi maggiormente in quanto non veniva distrutto da altri autoreplicanti capaci di interagire con lui. Proteggere il materiale genetico sembra quindi essere la prima funzione per cui la membrana si è originata, ma il fatto di circondare e di proteggere implica un’altra funzionalità, su cui si regge tutta la fisiologia dei viventi: creare due ambienti separati, quindi in grado di diventare diversi in composizione, ma che mantengano comunque un grado di comunicazione tra di loro.

La possibilità di mantenere un’ambiente interno differente per composizione chimica da quello esterno è la condizione su cui si basa la vita stessa, ma che i due rimangano in comunicazione è altrettanto cruciale. Humberto Maturana e Francisco Varela scrivono agli inizi degli anni 80 un saggio le cui conseguenze sono talmente inedite da non essere ancora state pienamente accolte in biologia. Gli autori postulano che per definire un essere vivente come tale è sufficiente la nozione di autopoiesi. Il termine viene coniato ex novo per indicare la qualità fondamentale di un sistema che vive, quella di continuamente ridefinire se stesso. Tutti i processi biochimici che accadono in una cellula servono al mantenimento di quegli stessi processi. Il sistema in ogni momento si definisce e si ricrea, si tiene in vita, sostiene da sé i suoi meccanismi.

Per enfatizzare questa organizzazione circolare del vivente su se stesso – che comporta la sua autonomia dall’esterno – Varela e Maturana insistono nel caratterizzare come “chiuso” il sistema autopoietico/vivente.

Secondo la fisica un sistema chiuso non scambia materia con l’esterno, non c’è input o output tra ambiente e sistema. Piuttosto la relazione che gli autori fanno intercorrere tra i due prende il nome di “perturbazione”, che innesca nel sistema una serie di meccanismi atti a compensarla, per conservarsi così in equilibrio.

La differenza in composizione chimica dell’ambiente interno alla cellula rispetto all’esterno è cruciale perché consente di generare l’energia che la tiene viva. Per mantenere un fuori diverso da un dentro è necessario che quello che li divide sia davvero efficiente nel suo compito; un recinto da cui è facile scappare, una rete con le maglie lasse, a quanto possono servire?

Se la cellula funzionasse allo stesso modo, se fosse completamente chiusa rispetto all’esterno, sarebbe morta. Nel suo caso la differenza non viene preservata con una totale separazione; la membrana che distingue il suo interno dall’ambiente esterno presenta moltissimi pori, continuamente attraversati da flussi di soluti. Le composizioni chimiche dei due ambienti rimangono inalterate e diverse perché i flussi di elementi in entrata e in uscita si eguagliano, e al netto lo spostamento risulta nullo. Questo modo di mantenere l’equilibrio è detto “dinamico”, contrapposto a quello statico che implica l’assenza di scambi. Un evento perturbativo può temporaneamente sbilanciare il sistema, può rendere le composizioni di interno e esterno più simili, per porre rimedio a questo i flussi si modificano diventando più consistenti in entrata o in uscita fino a che non si ristabilisce la differenza, arrivando un nuovo punto d’equilibrio dinamico.

È il continuo scambio di materia che quindi garantisce alla cellula l’energia necessaria per vivere. Questo significa di fatto che la cellula è un sistema aperto, a differenza di quanto Varela e Maturana affermano per rimarcare il carattere di autonomia, centrale alla definizione di autopoiesi.

Separazione e comunicazione sono anche le caratteristiche, ora indispensabili entrambe, che permettono a uno spazio come co_atto di resistere.